Storia in pillole n.2 

“L’Ultima Cena” più dissacrante.

Tele e affreschi con “L’Ultima Cena” se ne contano a decine, un po’ in tutte le epoche. Questa gigantesca tela di Paolo Veronese, però, ha una storia particolare, come particolare è anche l’interpretazione che l’artista ha dato al racconto evangelico, tanto che attirò l’attenzione della Santa Inquisizione.

     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cosa contestava l’Inquisizione al pittore?

Per capirlo dobbiamo ricordare il particolare e delicato periodo storico che la Chiesa stava attraversando. Nel 1517 Martin Lutero aveva

pubblicato le sue 95 tesi che dettero il via alla Riforma Protestante.

 

La chiesa Cattolica rispose con un vasto moto di rinnovamento indicato

col nome di Controriforma.

Il Papa Paolo III nel 1545 convocò il Concilio Ecumenico nella città di Trento con l’intento di riportare la Chiesa alla purezza e al suo originale compito di guida del mondo cristiano. Il Concilio si concluse nel 1563, condannò le tesi del protestantesimo e non riuscì pertanto a evitare lo scisma tra l’Europa cattolica, soprattutto mediterranea, e l’Europa nordica.

Per evitare che nuove eresie sorgessero ad intralciare il cammino alla nuova riforma cattolica, fu istituito il Tribunale del Sant’Uffizio che processava tutto quanto poteva sembrare eretico.

 

                                 Veronese fu processato per l’interpretazione non rispettosa

                                         del racconto  evangelico.

 

 

 

 

Cosa era ritenuto dissacrante in quel quadro?

Al posto del sobrio cenacolo appariva una sontuosa festa in costume cinquecentesco. Intorno a Gesù si aggiravano ben 38 servitori.

C’erano vassoi stracolmi di ogni tipo di cacciagione, Pietro

intentoa smembrare con le mani un pollo intero.

 Vennero contestati in particolare i cani, un piccolo moro che

accarezzava un pappagallo sul braccio di un nano, un servo a

cui usciva il sangue dal naso e un commensale che si puliva i

denti con una forchetta. Poi ubriachi, alcuni uomini con costumi

tedeschi, buffoni e altre scurrilità.  

Il pappagallo era simbolo di lussuria e i tedeschi furono

interpretati come un segnale di una certa simpatia   verso

le teorie di Lutero.

 

 

Come si difese Veronese dalle gravi accuse dell’inquisitore?

Riconobbe che alcune scene non erano fedeli al racconto evangelico ma sostenne che aveva seguito le orme di artisti ben più famosi di Lui. Citò Michelangelo, che nella cappella Sistina aveva dipinto nuda tutta la corte celeste. Qui è interessante notare che Veronese non sapeva ancora che il Concilio di Trento aveva condannato i nudi nell’arte.    

                                      

Infatti il Papa, proprio 8 anni prima,

aveva incaricato il pittore Daniele da

Volterra di coprire i nudi della cappella Sistina.

 

Ma sembra che anche l’Inquisitore non lo sapesse

e rispose che nel giudizio universale non occorrevano vestiti.

 

 

Ma la domanda cruciale fu: chi incaricò Paolo Veronese di dipingere simili buffonerie?

Si ebbe l’impressione che l’Inquisitore volesse colpire non il pittore ma i frati che avevano simpatie luterane.

Veronese fu scaltro, si assunse tutta la responsabilità e si appellò alla libertà dell’artista:” Noi pittori ci pigliamo tutte le libertà che si pigliano i poeti e i matti. Se nel quadro ho spazio io lo adorno secondo le mie invenzioni.

 

Come si concluse il processo?

Gli fu intimato di modificare il quadro a sue spese entro 3 mesi.

Veronese ebbe una trovata: si limitò a trasformare “L’Ultima Cena” in un banchetto tra amici scrivendo a grandi lettere sulla cornice dei pilastri: LEVI OFFRI’ AL SIGNORE UN GRANDE CONVITO, COME SCRITTO NEL CAPITOLO QUINTO DEL VANGELO DI LUCA”. 

Il dipinto divenne, quindi la rappresentazione di una cena tra amici a casa di Levi.

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