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Il nostro "Bel san Giovanni"

 

 

Dante ha chiamato così il battistero di Firenze, nel quale fu rigenerato a quella vita soprannaturale, di cui egli doveva illustrare tanta parte nel suo poema “cui han posto mano e terra e cielo”. E chi ci proibirà di chiamare così ancor noi il nostro antico e bel battistero? Se non ha le bellezze d’arte di quello fiorentino, vanta però antichità, sebbene non definita, grande assai. Non i secoli ma gli uomini l’hanno deturpato nella sua severa bellezza. I secoli XVII e il XVIII, in Oggiono, han visto passare una folle ventata di gusto barocco, che ha cancellato monumenti dell’arte romanica e lombarda; non ha risparmiato il vetusto battistero cambiandogli perfino destinazione; la chiesa battesimale divenne Sacristia. Così è conosciuta da noi.

I vecchi vorrebbero dirci qualche cosa dell’antico edificio: nulla però di preciso, perché si vede ormai che i secoli han corrotto la tradizione originale, salvando solo la sostanza: la Sacristia è l’antico battistero. da “PRENDI E LEGGI” Bollettino Mensile - Aprile 1932 don Carlo Gottifredi.

 

da "PRENDI E LEGGI"

Bollettino Mensile - Aprile 1932 - don Carlo Gottifredi

 

BATTISTERO DI SAN GIOVANNI BATTISTA

 

 

Battistero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

EPOCA - Il monumento, ottagonale all’esterno e circolare all’interno, presenta caratteristiche di puro stile romanico e si fa risalire al sec. XI°.
I lavori di restauro degli anni 1932-40 (dopo la grave deturpazione subita nel 1731 quando l’opera d’arte fu trasformata in sacrestia), hanno evidenziato anche l’esistenza di un battistero primario altomedioevale, a pianta quadrata che risalirebbe, secondo C. Gottifredi, al V°-VI° secolo.

 

Vasca del battistero

La vasca ottagonale riservata al battesimo degli adulti e la sottovasca, come pure l'abside rivolta ad oriente, risalirebbero alla stessa epoca.


ESTERNO - L’edificio è a pianta ottagonale irregolare: a est uno dei lati si incurva e forma l’abside semicircolare. Le facciate dell’ottagono sono divise da quattro semicolonne, impostate su basi sagomate e terminate da capitelli cubici smussati negli angoli.

Larghe paraste sono addossate ai muri. La porta centrale è sormontata da un singolare timpano costituito da un monolito di granito (spezzatosi nel ‘700), sopra il quale appoggia un arco. La luce penetra da quattro finestre strombate: tre situate sul lato meridionale e una su quello settentrionale; tre finestre più piccole illuminano l’abside.

Sotto la gronda si succedono un giro di arcatelle cieche e una cornice di dentelli a risega. Il paramento murario presenta un’accurata esecuzione, a ricorsi regolari di pietre dalla vivace composizione cromatica, qua e là disposte a formare motivi di scacchiera. L’edificio è coperto da una cupola di tufo che poggia direttamente sul perimetro dei muri; il tetto è di beole della Val Malenco.

 

INTERNO- L’ambiente ha forma circolare, rotto da quattro semicolonne che salgono fino all’incoronatura degli archetti di tufo, che poggiano su mensolette di pietra.

Due colonne di pietra, sormontate da capitelli cubici, sostengono la parte anteriore del doppio arco che lega l’edificio all’abside. L’abside è ampia, rivolta ad oriente, con tre finestrelle ed un Abside battisterosedile (presbyterium) per tutta l’ampiezza semicircolare. Una grande pietra, sostenuta da una costruzione in muratura, costituisce la traccia di un antico altare: ora su di essa poggia un altare a colonnine. Al centro vi è la tradizionale piscina degli antichi battisteri: una vasca ottagonale costruita con un conglomerato di pietre e di tufo calcareo, rivestita da una specie di cemento rosaceo, probabilmente per renderla impermeabile alle acque battesimali. Ha un diametro interno di cm. 130 ed uno spessore di cm. 50 e porta i segni evidenti di una demolizione in altezza, della quale non è possibile determinare la misura primitiva.

Il lato che guarda ad oriente presenta una rientranza concava, forse per comodità del sacerdote a versare l’acqua sul capo del battezzando, immerso parzialmente nella piscina. La vasca si imposta su tre lastre di pietra accostate nel senso trasversale, la più grande delle quali, in corrispondenza del centro del fondo poligonale, reca un foro di scarico in un pozzo sottostante di forma rettangolare e profondo cm. 155. La piscina è impiantata su una costruzione circolare a forma di tamburo, fatta di grosse pietre e pezzi di tufo legati con abbondante calce, che si affonda nel suolo fino al piano del pozzo di scarico della piscina e presenta all’esterno quasi con regolarità corsi di pietre alternati a corsi di tufo calcareo.

Di fronte alla porta d’ingresso dell’edificio e al centro dell’abside ci sono tracce di gradini per salire al piano della piscina. Tutto attorno, senza toccare la circonferenza delle pareti dell’edificio, gira un corridoio anulare largo circa cm.125 e più basso di cm. 50. Il pavimento a cocciopesto, conservato in parte notevole, è racchiuso (eccetto il lato est) da un quadrato di ruderi di muro inscritto nella circonferenza.

Sono le tracce visibili dell’antica costruzione quadrata, interrotte sul lato ovest, di fronte all’ingresso, da una soglia di pietra lavorata a mazza, ed evidenti per un buon tratto sul lato nord, che risulta ad angolo retto col precedente; il lato sud è inferiore al piano.

A destra e a sinistra della porta d’ingresso, due aperture conducono a due scalette situate nello spessore del muro perimetrale: quella a destra di chi entra è troncata a metà altezza; quella di sinistra, regolare fino all’altezza del ripiano dell’altra, continua in forma rudimentale fino al sottotetto, prima del quale si aprono due finestrelle quadrate che permettono di osservare l’imponenza dell’ambiente. Si può supporre fossero l’accesso a un matroneo: ma questo non esiste nell’attuale costruzione.

Una porta secondaria, che metteva in comunicazione il battistero con la vecchia basilica distrutta nel ‘600, si trova sul fianco nord.

 

AFFRESCHI - L’abside era affrescata completamente, ma è stato tutto distrutto nel ‘700 per far aderire il nuovo intonaco di calce: si sono conservate la mano destra del Cristo Pantocrator centrale del catino, parte di due facce (Evangelisti ?) e altri frammenti forse ascrivibili ad un’epoca tardoromanica. Procedendo in senso orario, dalla sinistra di chi entra dall’ingresso principale, le pareti circolari dell’ambiente offrono una significativa sequenza di immagini.

La decorazione pittorica è costituita da affreschi di diversi autori, non contemporanei tra loro; l’esecuzione si può ascrivere al periodo che intercorre tra il ‘400 e il ‘500 circa. Di gusto piuttosto raffinato e in discreto stato di conservazione è la figura di sant' Eufemia, cui è dedicata la chiesa parrocchiale, rappresentata con il libro della dottrina cattolica nella mano sinistra e la palma del martirio nella destra, mentre schiaccia sotto i piedi il simbolico drago dell’eresia. Rompe la veste della santa un profondo graffito, la data 1731, anno nel quale si intrapresero i lavori di rimaneggiamento del battistero.

San Rocco e Sebastiano

Segue un riquadro, in parte lacunoso, con le figure di Rocco e di Sebastiano, i due Santi invocati contro le pestilenze. Rocco, di aspetto assai giovanile, sbarbato, reca il bastone del pellegrino nella mano sinistra e indica la piaga sulla gamba con l’indice della destra; Sebastiano è legato seminudo a un palo. Subito dopo l’ingresso laterale restano mediocri avanzi di una pregevole immagine di san Giovanni Battista, presso la cui testa sta l’Agnello crocifero.

Sulla destra dell’abside, la bella figura della Madonna in trono con il Bimbo è affiancata da san Bernardo che pare si volga verso di Lei. Il santo porta la cocolla bianca, tiene il pastorale nella mano sinistra e leva la destra in segno benedicente. A fianco si erge una grandiosa figura con il capo aureolato e coronato, che indossa ricche vesti e ha nella mano sinistra un oggetto sferico.

Lo stato di conservazione è mediocre, anche a causa di una vasta nicchia scavata nel muro (probabilmente per appoggiare un lavabo) che ha danneggiato pure la precedente figura di san Bernardo. Seguono affreschi che potrebbero essere di un solo autore. Interessante è la figura abbastanza ben conservata di santa Odilia, badessa di Hohenbourg in Alsazia, in abito monastico nero, che regge un piattello con occhi (secondo la leggenda, la figlia del duca alsaziano Adalrico, cieca dalla nascita, avrebbe acquistato la vista dopo il battesimo impartitole dal vescovo sant' Erardo). A conclusione del ciclo, isolata da un’apposita cornice, sta una raffigurazione di san Rocco , di nuovo in veste di pellegrino, con il bastone in mano e in atto di accennare alla piaga, ma con in più il caratteristico cagnolino che tiene nella bocca il pane. Chiude la sequenza un ampio trittico con la Madonna in trono e il Bambino, fra san Sebastiano e un altro san Rocco, figure di nuovo eseguite secondo schemi del tutto consueti. Non priva di interesse, secondo Don Gottifredi, la iconografia di san Rocco in triplice esemplare.

 

L’Associazione Culturale Archeologica di Oggiono negli anni 1997-99 ha promosso il restauro degli affreschi, dopo minuziosi interventi sulle murature e sui manufatti lapidei.

Nella parte absidale, che manifestava le condizioni di conservazione peggiori, sono stati resi più leggibili gli affreschi già messi in luce dal restauro di don Gottifredi, mentre sono stati recuperati lacerti di un affresco riguardante una teoria di Santi (probabilmente gli Apostoli) nella zona compresa tra le due monofore; si è attuato inoltre un esteso recupero delle decorazioni fitomorfe nella superstite finestrella nord originaria.

La pulitura degli affreschi dell’aula ha riguardato l’eliminazione del diffuso imbiancamento di polveri e di sali, il consolidamento delle aree in cui strati di intonaco e di colore risultavano sollevati, la rimozione di scialbature e di residui di intonaco. Consistenti sono stati gli interventi sulle figure di san Giovanni Battista (a sinistra), della Vergine in trono col Bambino e di san Bernardo ( a destra). Il recupero di alcuni riquadri ha contribuito anche a fare alcune rilevazioni sulla datazione degli affreschi: fra i dipinti di destra sembra più antico quello della Vergine a lato del presbiterio, più recente il trittico d’ingresso; il Santo coronato è stato dipinto posteriormente alle figure vicine; dalla parte opposta la figura più antica sembra quella del Battista.

 

La direzione dei lavori è stata affidata all’architetto Roberto Spreafico che sull’argomento ha curato la pubblicazione del volume -Il battistero di san Giovanni Battista in Oggiono, Cattaneo, Oggiono, 2003-, mentre gli interventi di restauro sono stati eseguiti dal maestro Luzzana di Civate.

 

1731 - la trasformazione in sagrestia -

1932 - il restauro -

 

Accolsi il suggerimento come un ordine”: è la frase con cui don Carlo Gottifredi, parroco di Oggiono dal 1927 al 1969, spiega l’occasione e il motivo per cui il 27 aprile 1932 fece iniziare i lavori di restauro dell’antico battistero, trasformato in sagrestia nel ‘700. Qui infatti pochi giorni prima, precisamente la mattina del 14 aprile 1932, durante la sua prima visita pastorale nella Pieve di Oggiono, il Card. Ildefonso Schuster (beatificato il 12 maggio 1996) gli consigliava di fare ricerche sotto la pavimentazione in cotto, per individuare eventuali resti di un battistero, data la comune designazione e la forma esterna dell’edificio.

Nel passato queste modifiche dovevano essere abbastanza usuali, tali da non suscitare scalpore, se non in menti particolarmente sensibili.

Riguardo il battistero di Oggiono, ci fu chi subito levò la sua voce ad indicare il grave danno arrecato a tutta la comunità. Documenta il fatto lo storico Ignazio Cantù (1810-1877) di Brivio (fratello minore di Cesare) il quale, ricordando la visita ad Oggiono del Card. Giuseppe Pozzobonelli (arcivescovo di Milano dal 1743 al 1783), annota che “ebbe a muovere un forte rimprovero agli Oggionesi, per aver convertito un antico battistero nella sagrestia della loro chiesa parrocchiale, senza averne avuto sua approvazione, e tanto più per avere distrutto uno dei migliori nostri monumenti d’Antichità”.

Era avvenuto invece qualche anno prima, esattamente nel 1731, il rimaneggiamento che aveva deturpato l’esterno della costruzione e cancellato all’interno ogni traccia di romanico. La data è graffita in modo molto evidente sulla veste di sant' Eufemia, il primo affresco a sinistra di chi entra.

 

Arcivescovo di Milano era il Card. Benedetto Erba Odescalchi (1712-1736).

In quell’anno furono murate la porta d’ingresso sul piazzale della chiesa e le finestrelle a sguancio; la facciata fu per metà distrutta dall’apertura di un finestrone barocco, senza tenere alcuna simmetria sul piano della parete; due finestroni quadrati sostituirono le finestrelle del lato sud-est e dell’abside verso sud; fu cambiato l’orientamento dell’apertura del fianco nord, che in antico si apriva verso la basilica.

Venne data una sistemazione diversa alla copertura, sia dell’ottagono che dell’abside: ambedue furono sopraelevati, il primo a mattoni con finestrelle circolari, la seconda in modo più semplice, coperti infine da un nuovo tetto quasi piano, a tegole.

La cupola di tufo fu segnata da una ventina di crepe, appesantita anche dalle beole frantumate e dai detriti del tetto ivi abbandonati.

L’interno fu trasformato in una gran sala bianca essendo state murate, oltre la porta d’ingresso, anche le porte più piccole che conducono ai falsi matronei. La coronatura circolare al limite della cupola fu sostituita da un cornicione barocco che nascondeva gli avanzi degli archetti romanici di tufo e delle mensolette di pietra su cui poggiavano. Furono strappate le semicolonne di pietra disposte a rompere la monotonia circolare interna. I mattoni sostituirono le colonne di pietra di sostegno della parte anteriore del doppio arco che lega l’edificio all’abside. Fu lasciato per fortuna un capitello cubico (con cui termina la colonna di destra).

Gli affreschi dell’abside furono distrutti con minuta martellatura, per far aderire il nuovo intonaco di calce. Furono ricoperti da imbiancatura tutti i dipinti della parete circolare, sulla sinistra di chi entra dall’ingresso principale, fino all’abside. Sulla destra di questa, la stessa sorte toccò anche alla figura della Madonna in Trono con il Bimbo e a parte di quella di san Bernardo. Si salvarono gli altri affreschi, ai quali furono addossati gli armadi della sagrestia.

Il restauro, iniziato nel 1932, si concluse nel 1940. Il mattino del 18 luglio 1943 il Card. SchusterAbside prima del restauro portava a termine il rito della consacrazione del nuovo altare, seduto al centro del presbiterio, circondato da numerosi sacerdoti che avevano preso posto sul sedile circolare di pietra.

Don Gottifredi, letterato e studioso insigne, oltre che pastore solerte, testimone diretto del lento e paziente lavoro di restauro, ci ha lasciato una pubblicazione preziosa (Sac. Dott. Carlo Gottifredi - Il Battistero Medioevale di Oggiono - Cattaneo - Oggiono - 1965), l’unica esistente a tale riguardo, in cui le doti di scrittore e la competenza nelle precisazioni tecniche si alternano all’affetto per il suo “bel san Giovanni”.

Prevosto Don Carlo Gottifredi

Da segnalare le fotografie allegate non solo documentano lo stato della costruzione prima del restauro, ma annotano con precisione le varie tappe degli interventi succedutisi nell’arco di otto anni per restituire il battistero alla sua antichissima destinazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

cocolla - parte dell'abitato di alcuni ordini religiosi, simile a un corto mantello con o senza cappuccio, che si infila per il capo.

 

figura - di Santo (O. Zastrow - Affreschi gotici nel territorio di Lecco). Del Redentore (Sac. dott. Carlo Gottifredi -Il Battistero Medioevale di Oggiono). Del Risorto (A. Borghi in - Il battistero di san Giovanni Battista in Oggiono - pag. 152)

 

San Rocco - Un'esperta d'arte, Giovanna Virgilio, in un suo studio pubblicato nel 1996: "San Martino - Arte Fede e Storia a Valmadrera", attribuisce il San Rocco isolato e trittico ( e forse anche altre figure di Santi) a Tommaso Malacrida (o Malecrida), un artista operoso nel territorio lariano tra la fine del '400 e i primi quindici anni del '500. A sostegno di tale ipotesi vi è l'iscrizione graffita sul bordo inferiore del riquadro con san Rocco: "HOC OPUS FACTUM FUIT [....] 1512 THOMAS MALC." o "MALE.". Oltre che nel nostro battistero, il pittore avrebbe lavorato in varie chiesette di Valmadrera (san Martino, san Dionigi e san Rocco), a Sirone (san Benedetto) e nel convento di Sabbioncello (Merate), dove ha firmato un affresco votivo (1515).

 

Sac. dott. Carlo Gottifredi - Il Battistero Medioevale di Oggiono - Cattaneo, Oggiono, 1965.

 

Antichità - Ignazio Cantù - Le vicende della Brianza - Milano, 1836 - ristampa 1934 a cura del Licinium di Erba.

 

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